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Uberto Martinelli
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La scelta

Noi Italiani abbiamo una singolare prerogativa: siamo capaci di passare da una feroce e ormai endemica autocritica alla messa all’indice di quei Paesi i cui comportamenti ci appaiono (giustamente) censurabili ed eticamente inammissibili

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Ero bambino quando sentivo dire da più parti quanto fosse ingiusto e inconcepibile l’atteggiamento razzista verso gli immigrati e le minoranze etniche negli Usa, in Francia, in Gran Bretagna, in Germania, e così via. Noi eravamo già razzisti, solo che non ce ne rendevamo conto: i ‘terroni’, schiera a cui appartengono anche, solo per citare i primi due che mi vengono in mente, Luigi Pirandello e Vincenzo Bellini, sono stati oggetto per anni di scherno, discriminazioni e ingiustizie. Almeno fino a quando il fenomeno dell’immigrazione dall’Est e dai paesi africani non ci ha portato nel G8 del razzismo. In fondo, appartiene allo stesso perbenismo ipocrita la reazione che abbiamo avuto nei confronti del fenomeno dei cavalli abbandonati in Irlanda, la terra equestre per eccellenza: che scandalo lasciare al proprio destino, nei verdi prati della patria di James Joyce, migliaia di questi poveri animali a causa di una gravissima crisi economica.

Poi, non contenti, abbiamo messo alla gogna gli Inglesi quando un quotidiano britannico ha denunciato la reale sorte di migliaia di cavalli da corsa finiti ogni anno sulle tavole francesi. Bene: e adesso che la crisi ci riguarda, che gli ippodromi chiudono e i cavalli misteriosamente scompaiono, come potrete leggere in questo numero nell’inchiesta della nostra Beatrice Scudo, come la mettiamo? Dove pensiamo che finiscano i cavalli? Alcuni continuano a correre, perché non è del tutto vero che l’ippica è in crisi: le corse gestite dalla mafia prosperano ovunque, come dimostrano i continui arresti e le perquisizioni che, evidentemente, non riescono a dissuadere questi delinquenti dalla loro criminale attività.
 

Forse qualcuno ricorderà un mio articolo di tre anni fa in cui raccontavo l’amena iniziativa dell’Unire (oggi Assi: il cambio di nome è l’unica vera novità proveniente dall’Ente in ottant’anni di vita), deliberata dal consiglio di amministrazione dell’epoca, consistente nel favorire l’uscita (?) dal ciclo produttivo di millecinquecento fattrici trotter considerate di minor pregio a fronte di un buono di oltre duemila euro (da spendere per l'acquisto di una puledra alle aste selezionate o di una fattrice a un’asta pubblica, oppure per il pagamento dei tassi di monta di uno stallone iscritto al Repertorio del Mipaaf o funzionante all'estero e comunque in possesso dei requisiti per l'iscrizione dei prodotti al Libro Genealogico del cavallo trottatore italiano).

Un’iniziativa (o una strage, dipende dai punti di vista) che, secondo l’Unire, avrebbe consentito un’importante riduzione del numero dei prodotti. Scrivemmo allora che un ente preposto all'incremento dei cavalli non dovrebbe favorirne l'eliminazione, ma fortunatamente oggi il problema non si pone più: se ti liberi del cavallo che ha trottato o galoppato per migliaia di chilometri per farti guadagnare la pagnotta e soddisfare gli scommettitori, oggi non ti paga più l’Unire-Assi.

Ti paga uno cui non interessa che il povero cavallo finisca nel giro delle corse clandestine o che abbia in corpo più medicinali di una farmacia, tanto la carne mica la mangia lui. Il mercato clandestino, infatti, è fiorente. Che fare allora? Una frustata che risuona sull’asfalto di una strada di periferia o, a scelta, un colpo di pistola. E via, alla faccia dell’Irlanda.


 

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