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Uberto Martinelli
Uberto Martinelli

Le campane suoneranno ancora

Il primo cavallo che ho visto nella mia vita era un trottatore, un bel baio appartenente alla scuderia di un mio prozio. Avevo tre anni, ma lo ricordo ancora distintamente.

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Ricordo anche che mio padre mi accompagnò la mano mentre accarezzavo quel muso morbido e peloso, un gesto che ebbe in risposta, almeno tale mi parve allora, un bacio, discreto e affettuoso. La scuderia si trovava a San Giovanni in Persiceto, un paese della ‘bassa’ emiliana in provincia di Bologna. Qui risiede ancora Claudio, il mio amico più caro, e da qui si partiva la domenica con tutta la famiglia per visitare amici e parenti residenti nella zona, oppure, semplicemente, per ammirare i dintorni, spingendosi di volta in volta fino a Crevalcore, Mirandola, Cavezzo, Carpi, Medolla, San Possidonio, Concordia, San Felice sul Panaro, Finale Emilia, Novi, Moglia, Cento, Poggio Renatico, San Carlo, Bondeno, Vigarano Mainarda, Sant’Agostino…

Una terra di gente straordinaria, in cui cultura, senso civico, lavoro e buon cibo si mescolano all’ironia e alla bonomia dei suoi abitanti, sempre pronti ad accoglierti o almeno, e sappiamo quanto sia difficile di questi tempi, ad ascoltarti. I campanili delle chiese svettano sulla pianura che si stende infinita davanti a chi la attraversa in auto o in treno, a volte interrotta in lontananza da un castello che fa mostra di sé con mura possenti e torrioni. Intorno, casolari, fienili, vigneti, frutteti, che si susseguono senza sosta fino al prossimo paese, simile a quello appena attraversato eppure diverso dai precedenti e da quelli che seguiranno, originale come il timbro di una voce o, sì, come il nitrito di un cavallo.

Un senso di pace e di quiete invade chi visita la ‘bassa’. Saranno la nebbia d’inverno, il caldo torrido d’estate, le campane che segnano le ore, le cicale che cantano nel nulla, i contorni sfumati dell’orizzonte che si confondono con il cielo, i bambini che corrono nei cortili delle case di campagna…Poi, un giorno, il terremoto. Terrore, devastazione, morte. La prima scossa arriva di notte, la seconda una settimana dopo, la terza, la quarta, la quinta… A oggi, mentre scriviamo, la terra continua a tremare inesorabile, di giorno di notte, a volte così forte da farti credere che sia arrivata la fine, altre volte meno intensamente, con l’angoscia che ti prende per mano e sembra dirti: «A quando la prossima?».

«Non può essere – ci confida un amico – non può essere vero, sembra non finire mai, mai, capisci? Viviamo nelle tende da settimane, siamo in migliaia. Siamo noi, eppure non siamo più noi, non siamo più gli stessi, nemmeno guardandoci allo specchio».
La pianura continua a venirti incontro assonnata, come se nulla fosse accaduto: il sole batte sul parabrezza, i vigneti e i frutteti ti corrono accanto mentre attraversi le strade della ‘bassa’. Ma i campanili non ci sono più, i castelli sono sfregiati, le case e i casolari sembrano ritornati indietro di settant’anni, quando da queste parti scendeva in picchiata ‘Pippo’, un caccia tedesco che sganciava il suo carico di morte sulla povera gente.

Una cosa sola ci conforta: qui sapranno ricostruire tutto ciò che è andato distrutto, piangendo i propri morti, ma guardando avanti, perché questo è lo spirito della gente di queste parti.
Un giorno, nonostante tutto, le campane suoneranno ancora. E altri bambini potranno accarezzare sul muso un cavallo, ricevendo in risposta un bacio, discreto e affettuoso.

 

 

di Uberto Martinelli

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