HOMEPAGE > Sport > di Umberto Martuscelli I vecchi e i giovani.
Umberto Martuscelli
Umberto Martuscelli

di Umberto Martuscelli
I vecchi e i giovani

Una delle questioni vecchie come il mondo è quella del contrasto tra generazioni. I Vecchi che pensano che i Giovani siano un branco di ignoranti senza cultura e senza memoria; i Giovani che pensano che i Vecchi siano un gruppetto di rimbambiti incapaci di capire e di vedere, bloccati su polverosi ricordi di eventi e situazioni che non hanno più nulla da spartire con il presente

doppia gabbia
Umberto Martuscelli

di Umberto Martuscelli
CAVALLI, UOMINI
E SPORT

Sul numero di luglio in edicola

L'editoriale
Uberto Martinelli

di Uberto Martinelli
BAGNAIA
DOCET

Sul numero di luglio in edicola

cavallo sport su facebook

facebook

cavallo sport su twitter

twitter

salto ostacoli
Rolf Goran Bengtsson©DeLorenzo

COMPUTER LIST FEI

Guarda le classifiche
aggiornate

completo
Il cavaliere brtitannico Fox-Pitt in azione a Luhmuehlen 2011

COMPUTER LIST FEI

Guarda le classifiche
aggiornate

dressage
Cornelissen e  Jerich Parzival© FEI/Dirk Caremans

COMPUTER LIST FEI

Guarda le classifiche
aggiornate 
 

questo mese in edicola
Cover Cavallo Sport luglio 2012

Cavallo Sport
Luglio 2012

SCOPRI SU QUESTO NUMERO...
DOPPIA GABBIA
Grandi emozioni a Piazza di Siena
OLIMPIONICI AZZURRI
Mauro Checcoli, l'eroe di Tokio
SALTO OSTACOLI
Lo Csio di Roma incorona di tedeschi
ALLEVAMENTO
Cosa succede in Europa
JUNIOR
Il Personaggio - Margherita Colonna, giovane completista azzurra che sogna gli Europei
Pony Club - L'Asd Castel Beseno in Trentino Alto Adige
... e molto ancora!

| | condividi

Un contrasto che dunque genera lontananza, incomprensione, a volte vero e proprio conflitto. Accade in tutti i settori della vita: in famiglia come anche nel mondo del lavoro e dello sport. Che si generi contrasto è un vero peccato: perché si perdono risorse, si azzerano opportunità, si livellano i picchi di eventuali eccellenze. L’ideale, infatti, sarebbe che i Giovani sapessero mettere a frutto l’esperienza dei Vecchi, e che i Vecchi si avvicinassero ai Giovani con l’entusiasmo provato da loro stessi nel tempo passato: uno scambio di valori positivi, insomma, in piena e totale reciprocità. Forse una prospettiva un po’ utopistica, in effetti…
 

Però una cosa è sicura: ciò che è accaduto per l’appunto è accaduto, quindi rappresenta un fatto certo, assodato, verificato e verificabile, qualcosa che dovrebbe servire come strumento utile per chi si appresta a costruire oggi le cose che accadranno domani. Non spazzatura da buttare nel primo cassonetto disponibile. Prendiamo il nostro sport, l’equitazione. L’obiettivo primario dell’equitazione sportiva è (dovrebbe essere) uno solo: montare bene. E alla fin fine non esiste un montar bene ‘vecchio’ e un montar bene ‘giovane’: esiste solo montare bene. Dentro questo concetto dovrebbe confluire tutto, sia l’esperienza dei Vecchi sia le aspettative dei Giovani. Ecco perché se da un lato è profondamente sbagliato che i Vecchi snobbino i Giovani come ignoranti incapaci, dall’altro è altrettanto deleterio che i Giovani non sappiano approfittare dell’esperienza di chi ha già vissuto. Ma se i Vecchi hanno già vissuto, i Giovani devono ancora vivere: questa è la differenza sostanziale. E chi deve ancora vivere dovrebbe sempre tener presente che alla voce ‘progresso’ non sempre corrisponde quella di ‘miglioramento’.

Perché sotto la voce progresso spesso si cela subdolamente quella di profitto: per lo sport, un vero e proprio cancro letale. Per esempio: abbiamo mai attentamente riflettuto sul perché oggi i ragazzi arrivino all’agonismo molto più precocemente di quanto accadeva anche solo trent’anni fa? Perché sono più bravi? Perché quelli di trent’anni fa erano dei brocchi? No: semplicemente perché prima si arriva all’agonismo e prima si hanno consumatori a disposizione del mercato. Fin che un ragazzino se ne sta chiuso dentro un maneggio coperto a imparare a montare a cavallo non consuma, se non molto limitatamente. Appena quel ragazzino mette il naso fuori da quel maneggio coperto su di lui piomba il branco famelico dei venditori. Venditori di tutto: anche di fandonie, che a ben vedere sono quelle che costano di più… Il problema si è posto in tutta evidenza nella prima metà degli anni Ottanta con alla presidenza della Fise Lino Sordelli, uomo che ha avuto grandi meriti nel gestire la transizione dell’equitazione da sport chiuso ed elitario ad attività se non di massa almeno di grandi numeri. Per sintesi, il ragionamento era questo: facilitiamo l’accesso allo sport per i ragazzi, basta paletti, sbarramenti, strettoie, tutto quello che arrivava dall’eredità di una equitazione militarizzata e scolarizzata. Aumentiamo inoltre il numero dei tesserati, così facciamo vedere al Coni che siamo vivi e vegeti.

Se togliamo gli sbarramenti e aumentiamo il numero dei tesserati, aumenteremo in proporzione anche le possibilità che sboccino campioni e talenti. L’idea – allora molto dibattuta – era quella di ripercorrere lo schema per così dire ‘britannico’: mettiamo a cavallo tutti indistintamente e lasciamo che ciascuno faccia come meglio crede, chi ha doti naturali saprà emergere e lo potrà fare molto più facilmente di quanto gli sarebbe possibile se incanalato in un percorso forzato e artificioso. Un’idea teoricamente non priva di qualche fondamento, ma solo teoricamente: perché nella pratica non tiene conto di un aspetto fondamentale. E cioè che nel mondo per l’appunto britannico il rapporto tra bambini/ragazzi e cavallo è spontaneo e naturale: accade nelle cose. I bambini inglesi e irlandesi e scozzesi e gallesi montano i cavalli e i pony in casa per gioco, poi escono a fare le cacce alla volpe (caccia alla volpe vuol dire soprattutto andarsene in giro per la campagna saltando siepi e muretti e fossi) a fianco dei loro genitori così come i nostri figli vengono con noi a fare un giro in bicicletta. I ragazzi italiani per montare a cavallo invece devono attivare un processo molto artificiale, molto elaborato (ricerca del centro ippico, iscrizione, quota sociale, lezioni etc. etc.), molto selettivo in un certo senso. Non è un percorso naturale: in Italia mai potrà esserlo, perché non è naturale la presenza del cavallo nelle nostre vite.

Ecco perché l’istruzione da noi è fondamentale: perché sopperisce parzialmente a ciò che altrove proviene dalla realtà vissuta. Però se oggi si va a vedere un qualunque concorsino in cui ci sono gare riservate ai ragazzi esordienti c’è da mettersi le mani nei capelli: si vedono amazzoni e cavalieri che letteralmente non stanno in sella. Ragazzi che hanno imparato a galoppare solo qualche settimana prima, probabilmente. Ecco una delle eredità dei Vecchi che dovrebbe essere assolutamente valorizzata: una volta prima di andare in gara si passavano mesi e talvolta anni in maneggio a metabolizzare i fondamentali del nostro sport. Non è un concetto vecchio e polveroso: se si esce in gara solo quando si è davvero pronti aumentano enormemente le possibilità di gratificazione, si scongiurano i pericoli di incidenti, ci si diverte anche molto di più. E soprattutto si crea qualcosa su cui costruire per il futuro.

Oggi invece tutto è caratterizzato da un’idea di fretta che diventa immediatamente contagiosa, infettando tutti: allievi, istruttori, genitori, organizzatori, commercianti… Tutti vanno di corsa nel vano tentativo di raggiungere quel qualcosa che più si corre e più si allontana. Tutti vanno alla veloce ricerca di una soddisfazione: che non ci sarà mai per chi compra, ma ci sarà sempre per chi vende. Però teniamo bene a mente una cosa: i risultati sportivi – quelli veri – non sono in vendita, per nessuno.

di Umberto Martuscelli