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VETERINARIA

La storia del piccolo Camsir
Il brutto anatroccolo

Nessuno me ne voglia per questo titolo, né il cavallo, né il suo proprietario, ma questo caso mi fece ricordare proprio l’omonima favola della mia infanzia. Sto parlando di un baio scuro, di buon carattere e di nome Camsir. Proveniva da una splendida e autorevole genealogia, mamma purosangue francese e papà holsteiner
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Stefano Morini I proprietari di Camsir  si attendevano quindi dal loro rampollo una buona riuscita sia dal punto di vista della morfologia sia da quello dell’attitudine al salto. La genetica, si sa, non è sempre una scienza esatta e in questo caso non diede il meglio di sé.  Fui chiamato dal proprietario di Camsir proprio perché il suo cavallo non cresceva come avrebbe dovuto, e me lo disse con il tono di un babbo che non si spiega la mancata riuscita del suo figliolo, nonostante le affettuose cure che aveva ricevuto. Quando entrai in scuderia e mi avvicinai al suo box ebbi l’impressione di un gran bel puledrone: bella incollatura, schiena e quarti posteriori potenti e ben formati (papà), una testa leggera e un`espressione intelligente (mammà).

Guardando più verso il basso, però, si notava un petto stretto e macilento, spalle poco muscolate, una base stretta tendente al mancinismo e una strana, quanto evidente sproporzione tra la parte alta degli arti (dalla spalla al carpo e dalla grassella al garretto) e quella bassa (dal carpo al nodello e dal garretto al nodello), in tutti e quattro gli arti. In pratica la parte superiore del corpo apparteneva a un superbo cavallo da salto già ben formato, anzi molto possente per la sua età, mentre la parte inferiore era quella di un purosangue inglese molto raffinato, con stinchi asciutti e di piccolo diametro.

Camsir era forse conscio di questa sproporzione e sembrava quasi se ne vergognasse. Forse lo stavo umanizzando troppo, ma cercava proprio di girarsi in modo da mostrare solo la parte migliore, era un po’ schivo, insomma. Entrato nel box lo visitai come si deve. Alla palpazione non mostrava sintomi di dolore o disagio alcuno, non sembravano esserci segni di patologie ossee particolari. Non rilevai segni di zoppia alcuna. A mio parere il problema era costituito, piuttosto, da una predisposizione genetica associata a una alimentazione adatta a una veloce crescita in soggetto da salto derivato Holsteiner, ma non alla componente purosangue. A questo punto si trattava di potenziare gli arti in modo da evitare successive, probabili patologie ossee da sovraccarico, come traumi distrattivi alle articolazioni o fratture delle ossa lunghe.

Il problema maggiore era irrobustire ossa e articolazioni nella parte inferiore delle gambe, senza creare calcificazioni e sviluppi esagerati in altre parti del corpo. Fortunatamente, le erbe possiedono una “saggezza“ fisiologica che armonizza e perfeziona con garbo lo sviluppo osteo-articolare e muscolare. Meglio, le erbe contengono una somma di principi attivi e di “vitalie” che lavorano a 360° su vari apparati contemporaneamente: un bel sollievo per il clinico…

Prescrissi quindi una terapia per bocca, da somministrare due volte al giorno nella profenda, costituita da cartilagine di squalo (stato di purezza: 100%), glutamina e condroitina per agire più precisamente sulle articolazioni; un estratto di erbe varie (carote, calice del frutto di ibisco africano, foglie di spinaci, buccia di rosa canina, estratto di pera, mango e arancio, gluconato di calcio, lattato di calcio e farina di nocciole di carrube) con una decisa e puntuale azione di calcificazione; estratto di sommità della coda cavallina (equiseto ad alta concentrazione) per rendere le ossa estremamente dure, senza essere friabili, e i tendini molto robusti, ma contemporaneamente, elastici come da copione… se posso dirlo.

Come risulta evidente da regole deontologiche, non posso accennare né a posologie più precise, perché ogni caso clinico richiede una originalità di scelta terapeutica, né la precisa indicazione di prodotti commerciali già pronti. A costo di sembrare ripetitivo, dirò che spero non vi venga la voglia di fare diagnosi e di applicare terapie, là dove invece servirebbe l’indispensabile aiuto di un veterinario con abilità ed esperienza, testate nel tempo. Chiamate un buon professionista, per favore. Già sento che il vostro cavallo nitrisce: «grazie, grazie, grazie!».
Bene, ricordo che aggiunsi una terapia locale di argilla verde in cataplasma, da applicare al garretto destro, in quanto gonfio da trauma (probabile calcio contro parete del box), sempre a mio parere.

Prognosi favorevole, per arrivare a uno sviluppo generale soddisfacente. Tempo di cura: due/tre mesi. Quando si deve lavorare per tentare di correggere una predisposizione genetica, i tempi si allungano fatalmente… So che la cura fu fatta per gennaio/febbraio e ripetuta a giugno/luglio, giusto per non trascurare nulla. Qualche mese più tardi mi chiamò il proprietario, spiegandomi che Camsir era diventato un grande, proporzionato, felice cavallone, al punto da vincere premi di morfologia e avviarsi decisamente a una buona carriera di saltatore, così come le gare di salto in libertà, fatte recentemente, sembravano promettere. Le spalle si erano riempite di muscoli, il petto si era aperto oltre ogni speranza e gli stinchi aumentati di diametro.

Altro che brutto anatroccolo! Qualche volta scriverò anche di casi non risolti, ben documentati anche questi, in modo da capire quali sono state le cause precise del fallimento. Fa bene a tutti capire se e dove si sbaglia, per evitare errori futuri. Anche perché curare è un gioco di squadra tra veterinario, uomo di scuderia, infermiere, proprietario/i dell’animale, gestori di farmacie ed erboristerie, spedizionieri…e chi più ne ha ne metta.
Uniti si vince e la percentuale di errore diminuisce, ma, soprattutto, aumentano le probabilità di guarire per i nostri cavalli

Stefano Morini